I cannoni del Forte Montecchio
Sono un appassionato di storia militare e questa primavera mi aveva incuriosito un servizio trasmesso al telegiornale regionale che parlava del Forte Montecchio nei pressi di Colico. Sabato siamo stati invitati per il classico barbeque di fine estate a casa di Emi e partendo in anticipo, abbiamo approfittato della giornata per visitare questo sito storico. Dopo aver mangiato un ottimo gelato sul lungolago di Colico, arriviamo al forte in tempo per l’ultima visita della giornata e nel giro di cinque minuti partiamo insieme alla guida alla scoperta della fortificazione.
Costruito nel 1913 e posizionato strategicamente su di una bassa altura che domina il Pian di Spagna e l’alto lago di Como, la scopo del forte era quello di vigilare lo sbocco della Valtellina e della Valchiavenna sul lago nel caso in cui il nemico violasse la neutralità della vicina Confederazione Elvetica. Il Forte Montecchio faceva parte del sistema difensivo costituito dalla Linea Cadorna ed è una delle opere militari della Prima Guerra Mondiale meglio conservate in Europa. Il forte era completamente autonomo in quanto approvigionamento idrico ed elettrico, soprattutto dal punto di vista operativo poteva vantare soluzioni logistiche e tecniche innovative per l’epoca, come per esempio il sistema di ventilazione.
Durante l’itinerario si possono visitare la grande camerata e la stanza del comandante del forte, per poi passare nella polveriera, scavata nella roccia per oltre sessanta metri. Dopo aver percorso il lungo camminamento coperto, si arriva nel cuore del forte, ovvero la possente batteria di tipo Rocchi composta da quattro cannoni Schneider calibro 149, aventi una gittata di ben quattordici chilometri. Di fianco alla centrale di tiro, caratterizzata da un sistema di comunicazione di tipo navale, ci sono le quattro postazioni di tiro, protette da pesanti cupole corazzate.
I proiettili venivano stivati nella parte inferiore del bunker, per poi essere trasportati al piano della batteria tramite dei montacarichi e direttamente ai pezzi grazie a dei nastri trasportatori. Ogni cannone, i cui meccanismi di alzo e di rotazione sono ancora perfettamente funzionanti, era manovrato da una squadra di cinque uomini: il capopezzo, due artiglieri e due serventi. Ora, a vegliare su questi colossi d’acciaio, c’è un burbero ghiro che ha eletto a sua tana l’intera batteria.
Salendo sopra la batteria, si può notare l’imponenza delle torri d’artiglieria e il fantastico panorama che spazia dal Lario alla Valchiavenna e al lago di Mezzola, dalla riserva naturale del Pian di Spagna e dalla foce dell’Adda fino alla Valtellina e al Monte Legnone. Il forte non è mai stato utilizzato per azioni di guerra, anche se fu coinvolto in qualche scaramuccia alla fine dell’Aprile del 1945, quando sparò cinque colpi contro un’autocolonna tedesca. Concludiamo il nostro tour visitando la sala dei generatori e la stazione elettrica dell’intero forte. La visita si è rivelata davvero interessante e in un prossimo futuro il forte diventerà un polo museale della Grande Guerra, un motivo per tornarci.
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Escursione ai Piani d’Erna
Eccoci di nuovo in marcia verso un’altra conquista, verso un’altra vetta. Domenica scorsa decidiamo di andare a Piani d’Erna per fare una bella escursione a piedi, con i nostri scarponcini da trekking. Dopo aver parcheggiato l’auto sotto la funivia che porta in cinque minuti su ai Piani d’Erna imbocchiamo un sentiero sulla destra del parcheggio e iniziamo la salita. Il sentiero è molto dolce, a tratti nel bosco e a tratti allo scoperto sotto al sole, incontriamo altri escursionisti in entrambi i sensi di marcia.
In circa un’oretta di cammino, intervallata con piccoli soste per fare fotografie e bere un goccio d’acqua, arriviamo alla prima tappa del tragitto: il rifugio Stoppani a circa novecento metri d’altezza. Non è ancora mezzogiorno e il rifugio, nonostante sia veramente accogliente e offra un menù invitante, non ci invoglia a restare. Decidiamo di proseguire dopo aver fatto una breve sosta e aver mangiato dell’ottimo cioccolato. Riprendiamo il sentiero e ricominciamo a salire, la vetta del Resegone ci guarda e si avvicina sempre di più.
La seconda parte del sentiero diventa più impegnativa, però all’arrivo ci aspetta un bel pranzetto al rifugio Marchett, almeno così crediamo noi. Oltrepassiamo diversi ruscelli e fonti d’acqua, il sentiero ora non è tracciato benissimo, a volte siamo in dubbio se andare a destra o a sinistra, per fortuna incontriamo sempre qualche escursionista che ci suggerisce la strada. Dopo circa un’altra ora di salita ecco la “vetta”, per così dire, siamo arrivati ai Piani d’Erna.
Pieghiamo verso destra dove avvistiamo un bel borgo e dove ci attende il rifugio Marchett. Ovviamente non abbiamo prenotato, però non è tardissmo, l’una è passata da poco. Arriviamo al rifugio Marchett speranzosi e ci accorgiamo che non è un rifugio ma un ristorante. Già serpeggia un pochino di delusione, però la giornata è splendita e si gode una vista impagabile. Chiediamo se è possibile mangiare, ma sembra tutto al completo. Tuttavia mentre stiamo per andarcene si liberano ben due tavoli e ci accorgiamo che comunque non sono i soli liberi.
Ci accomodiamo ma non si vede nessuno che si prenda cura di noi. Aspettiamo circa un quarto d’ora, intanto i camerieri passano e ci ignorano, Mario scocciato chiede informazioni, o meglio chiede che vengano liberati i tavoli per mangiare, ma in tutta risposta ottiene della vera e propria scortesia in cambio. Vi puzzano i soldi? Nessun problema! Ce ne andiamo dall’altra parte dei Piani d’Erna, dove c’è l’area picnic con un bel bar e la funivia. Non abbiamo tantissima fame, complice anche il cioccolato mangiato allo Stoppani, quindi optiamo per dei panini da mangiare seduti sul prato.
Di fronte a noi si ergono le pendici del Resegone. Ci rilassiamo un paio d’ore, troviamo anche degli amici conosciuti in Egitto, quanto è piccolo il mondo. Schiacciamo un pisolino e verso le quattro decidiamo di rientrare. Questa volta però non scendiamo a piedi, la funivia ci invoglia e detto fatto, acquistiamo i biglietti e in cinque minuti siamo al parcheggio. Ci cambiamo e torniamo verso casa, evitando così tutto il traffico di rientro della domenica.
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